Chi prima o chi dopo, ma tutti, prima o poi sono stati affascinati dalla meditazione.

Sarà per via dell’immaginario che si è creato attorno ai monaci zen o shaolin, sarà per l’idea di pace e tranquillità che questa pratica dà…sarà per Star Wars o Matrix, ma prima o poi tutti ci siamo “intrippati”. Certo è che l’idea di passare ore immobili, in posizioni assolutamente scomode, potrebbe fermare i più entusiasti dei curiosi.

Però è altresì vero che questa pratica dà dei benefici difficili da mettere in discussione: maggiori capacità di concentrazione, miglioramento dell’umore, più serenità…bene allora il post di oggi sarà dedicato a tutti quelli che, come me, sono affascinati da questa pratica, ma che sanno che piuttosto che stare ore fermi, immobili, a concentrarsi sul respiro preferirebbero mangiare dei ricci di mare interi! Oggi infatti parleremo di meditazione in movimento.

Se a questo punto la prima cosa a cui pensate è una stanza con la luce soffusa, musica orientale in sottofondo, profumo d’incenso bene, state sbagliato, infatti dovreste pensare più a una palestra, alle gocce di sudore e alla fatica.

Mi spiego meglio. Quando parliamo di meditazione in movimento spesso, la prima immagine che ci viene in mente è quella associata alla pratica dello yoga o a discipline orientali come il tai chi o qi gong: movimenti lenti e dolci, tenute di posizioni complesse per lunghissimo tempo e una grande attenzione alla respirazione.

In realtà la pratica della meditazione in movimento fa parte di quasi tutte le discipline marziali tradizionali ma, per via dell’aspetto agonistico su cui oggi queste si basano, o per il fatto che siamo abituati ad associarle a discipline o da combattimento o che studiano la difesa personale, spesso ci risulta difficile vedere quest’aspetto in arti marziali come il judo, il ju jitsu o lo stesso karate.

Ebbene sveliamo l’arcano: quando voi vedete un karateka che si muove come un pazzo nel dojo ed inizia a tirare calci e pugni all’aria magari piantando anche qualche sonoro grido, beh, non sta facendo altro che praticando la meditazione in movimento e vi dirò di più: questo tipo di pratica non è poi così tanto differente dalla pratica del tai chi o del qi gong e dello yoga, anzi.

Tutte queste discipline vogliono dare la possibilità al praticante di vivere nel “qui ed ora”, l’unica vera differenza sta nel fatto che le discipline considerate più “meditative” enfatizzano la pratica del movimento lento, della respirazione, la tenuta di posizioni scomode che, oltre a rinforzare il nostro corpo grazie all’isometria, ci obbligano a non badare a quello  la nostra mente ci suggerisce, ovvero di concentraci sul fastidio, sul leggero dolore che queste pose portano, sulla stanchezza.

Un kata di karate invece, generalmente, cerca di più di lavorare sull’aspetto emotivo del combattimento.

Lo so, i praticanti che leggeranno questo post mi diranno <<Ma che cavolo stai dicendo? Il kata è studio della difesa personale, il kata è studio della tecnica, è un combattimento>>…è vero, è anche tutto questo.

Vedete la bellezza estrema del kata sta nel fatto che è una sorta di enciclopedia del karate. Ci possiamo trovare lo studio della tecnica, della difesa personale, dei punti di pressione e anche l’aspetto meditativo. Ma proviamo ad andare contro corrente per una volta, proviamo a fare qualche paragone azzardato per capire meglio il concetto.

Il kata è la ripetizione sistematica di una serie di tecniche imparate a memoria. Queste tecniche “disegnano” sul pavimento un percorso chiamato enbusen che, nello stile shotokan, inizia e finisce nello stesso punto.

Fermatevi un attimo a ragionare; ma a ragionare uscendo dagli schemi, senza vincoli. Nelle varie culture che conoscente non trovate niente di simile? No? Allora vi suggerisco qualcosa io: che differenza sostanziale c’è tra il ripetere un rosario, un sutra, un mantra o ripete più volte lo stesso kata nell’arco di una serata?

La ripetizione continua, che sia di un gesto o di una parola, altro non fa che far perdere pian pano la mente fino ad annullarla, come viene detto nello zen. E ancora, se volessimo continuare con i nostri paragoni azzardati, non c’è molta differenza tra il percorrere un labirinto disegnato sul pavimento di una chiesa e l’eseguire un kata, in cui voi stessi disegnate un labirinto sul pavimento del dojo dal quale dovrete essere in grado di uscire.

La differenza sostanziale per la quale queste cose non vengono notate quando si parla di karate e saltano agli occhi con più evidenza invece quando si tratta di discipline come lo yoga o il tai chi, sta nel dinamismo, dovuto anche all’aspetto agonistico. Infatti, i movimenti repentini, la grande forza che viene espressa dal karateka durante la pratica di questo esercizio, se così vogliamo chiamarlo, nasconde per lo più quest’aspetto meditativo della pratica del karate. Nel karate è tutto molto più criptico, più nascosto è un’arte esoterica e non essoterica se così la vogliamo definire.

Provate a vedere certi Maestri che eseguono lentamente alcuni kata e vi posso assicurare che non troverete grandi differenze con il tai chi o il qui gong.

Questo dinamismo deriva principalmente da due fattori: il primo sta nel fatto che oltre alla meditazione in movimento il kata è anche, come dicevamo prima, studio della tecnica, combattimento, applicazione della difesa personale e questo terribile combattimento, perché avviene contro una moltitudine di avversari, avviene nella mente del praticante. Il secondo sta nel fatto che la fatica fisica obbliga, prima o poi, la mente ad annullarsi, permettendo così di trovare quella serenità che a volte è difficile da raggiungere con la meditazione statica.

Vedete, quello che molti non sanno è che il karate tradizionale fa una proposta molto semplice ed onesta al praticante: vuoi arrivare a controllare la tua mente? Allora fallo passando prima per il controllo del corpo. Come puoi, d’altronde, controllare qualcosa che non vedi, che non tocchi, che non sai dove si trova, se prima non riesci a controllare qualcosa di tangibile e che per di più comandi?

Ecco perché spesso i ragazzi che praticano trovano qualcosa di più nel semplice dare calci e pugni all’aria, ecco perché a fine  allenamento si sentono soddisfatti e rilassati, pronti per affrontare nuove sfide.

Parafrasando una frase detta da una mia allieva “Perché praticare meditazione per trovare la pace interiore quando pratico già karate?” 🙂

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Meditazione in movimento

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