
Negli ultimi mesi mi sono arrivate tantissime domande. Via email, nei commenti su YouTube e sui social. Molte di queste domande sono davvero interessanti. Non meritano una risposta veloce.
Oggi voglio iniziare questa nuova rubrica in cui mi prendo un po' di tempo per rispondere in maniera accurata a queste domande perché molte sono non solo interessanti ma danno la possibilità di discutere su alcuni temi all'interno della nostra disciplina che sono davvero estremamente complessi.
Certi temi, se non li discutiamo noi, non li discute nessuno. Troppo spesso finiscono in un'arena dove non c'è un vero dibattito. Si finisce solo per litigare.
Qua fortunatamente anche grazie a voi, i ragazzi dei pirati del karate, c'è sempre la possibilità di condividere, di confrontarsi senza però credere che chi tiene una posizione diversa dalla nostra sia un nemico.
Oggi inizio con la domanda di Luisa. Me l'ha fatta su Facebook qualche tempo fa. Le avevo promesso una risposta, ma non l'avevo ancora data. Le ho detto che era una domanda complicata e che mi sarei preso del tempo per registrarle un video.
Ho già altre domande pronte per i prossimi video. Se vuoi mandarmi la tua, scrivimi a eugeniododojo@shinsui.com. Risponderò più che volentieri.
La domanda di Luisa – Trent’anni di karate tra tradizione e sport
La domanda di Luisa è lunga e articolata. Mi sono dovuto prendere degli appunti per rispondere punto per punto. Altrimenti rischio di perdermi qualcosa per strada.
Luisa pratica karate da trent'anni. È arbitro e da quindici anni è istruttrice. Il suo diploma di primo dan, insieme a quello di suo figlio Elia, è firmato dal grande Hiroshi Shirai. Shirai era in commissione d'esame nel 2000, durante un passaggio di dan del Gruppo.
Il suo maestro le ha trasmesso i valori del rispetto. Valori in cui crede fermamente. Luisa aveva commentato un mio post sui valori dell'arte marziale tradizionale. Ecco perché è importante capire il contesto.
Crede che il karate sia una via per diventare persone migliori. Educare da piccoli per non dover correggere da grandi. Mi segue sui social dal 2020, durante la pandemia. Dice che le mie spiegazioni l'hanno spinta a riprendere a insegnare dopo il covid. Grazie, Luisa. Questo significa molto per me.
Poi arriva il cuore della sua riflessione:
Anche il mio maestro per stare dietro una moda lungo tutti questi trenta anni modificato ed al comite tradizionale di Shirai è passato allo sportivo molto più divertente e poco difficoltoso.
In un primo momento il cambiamento era graduale. Si insegnava il tradizionale fino ai quattordici anni. Poi si passava allo sportivo. Luisa non trovava questa idea sbagliata. Era in linea con quello per cui era stata formata: il controllo totale delle azioni, fondamentale per un cervello giovane in crescita.
Il controllo totale, per lei, è uno strumento educativo. Serve a diventare adulti migliori. Nel karate tradizionale non si poteva andare a contatto con l'avversario. Quella regola insegnava rispetto. Lei e i suoi due figli sono cresciuti con questo approccio.
Oggi però le cose sono cambiate. Il kumitè sportivo viene insegnato anche ai più piccoli, sotto i quattordici anni. E qui arriva la sua domanda centrale:
Non è che abbiamo perso il senso del karate stesso?
È una domanda semplice, ma pesa molto.
Prima di rispondere, voglio ringraziarti di cuore, Luisa. E ti chiedo una cosa: dammi del tu. Chiamami pure Eugenio. Per me il rispetto non passa dai titoli o dal distacco formale.
Sono davvero felice che tu abbia ripreso a praticare e a insegnare. Sapere che il mio lavoro ha avuto un senso per te mi dà la forza di andare avanti.
Detto questo, voglio essere onesto su una cosa importante:
Io non ho delle verità da darti. Posso solo ed esclusivamente condividere quello che è il mio punto di vista, la mia esperienza e la mia verità che è squisitamente personale.
Non ho una risposta giusta. Posso solo ragionare insieme a te su quello che hai scritto. E ti invito a fare lo stesso.
Il kumitè di ieri e di oggi – Difficoltà, controllo e differenze tecniche

Partiamo da un punto fermo. Io e te siamo più o meno coetanei di pratica. Ho iniziato trentuno anni fa, trentadue quest'anno. Vengo anch'io da un karate diverso. Diverso da quello che si vede oggi negli eventi federali e in tanti video su YouTube.
Detto questo, ho un dubbio onesto. Non so se il kumitè di una volta fosse davvero più difficile di quello di oggi. Quando guardo gli atleti moderni, vedo cose che mi lasciano a bocca aperta. Hanno un controllo del corpo straordinario. Il timing è preciso. La reattività e l'esplosività sono a un livello che una volta non esisteva.
Quindi no, non posso dirti con certezza che il nostro kumitè fosse più duro.
Lo stesso dubbio ce l'ho sul tema del controllo.
Il controllo nel dojo di una volta
Sono cresciuto in un dojo dove il controllo c'era. Ma era un controllo molto sui generis.
Come diceva il maestro Balzarro, se ti rompo la costola è perché ho controllato, sennò ti avrei ucciso.
Certo, la stiamo sparando un po' grossa. Ma l'idea era quella. Il colpo arrivava. Arrivava secco. Costole incrinate, dita rotte, labbra che sanguinavano, botte al naso, occhi neri erano all'ordine del giorno. E quello era considerato controllato.
Tornavi a casa sempre un po' malconcio. Nessun danno serio, ma malconcio sì. Per noi, quello era il controllo.
Lo stesso valeva quando lavoravi con i Kyon o con i maestri giapponesi. I colpi arrivavano. Non sfioravano. Arrivavano. Anche nel jujitsu del metodo Clark che ho praticato, le applicazioni erano a contatto alto. Si tornava a casa con i segni addosso.
Il controllo moderno: lo skin touch
Quello che invece vedo oggi è questo controllo, soprattutto in Italia, sullo skin touch che è impressionante: i ragazzi arrivano davvero a pelare l'avversario, a sfiorarlo.
Questo ha i suoi pro e i suoi contro. Ma devo essere onesto: vedo nei ragazzi di oggi un'attenzione che una volta forse non c'era.
Il discorso cambia però nel Ippon Kumitè e nel Kyon Kumitè. Lì il controllo era diverso. Più vicino a quello che conoscevo.
Due karate diversi
Non so dirti quale fosse meglio. Entrambi gli approcci hanno punti di forza e limiti.
Di sicuro però era assolutamente un karate e un kumitè diverso ed era un qualcosa che a me personalmente manca.
Era un altro mondo. E una parte di me sente ancora quella mancanza.
L’anima del kumitè tradizionale – La metafora di Picasso

Quello che mi manca di più è sentire lo spirito dell'avversario. Mi manca sapere che non posso giocare troppo. Se sbaglio, lui entra. E se entra con quella tecnica secca, ho perso.
Era una tecnica pulita, precisa. Senza controllo, sarebbe stata da KO. Questo cambiava tutto.
Era un kumitè più marziale. Era un kumitè mi viene da dire con l'anima. Meno volto alla spettacolarizzazione.
La metafora di Picasso
Faccio un esempio, forse un po' tirato. Ma credo che renda l'idea.
Pensa alla differenza tra un dipinto accademico e un quadro di Picasso. Il dipinto accademico è bellissimo. Riproduce il vero in modo quasi perfetto. Picasso, invece, aveva una tecnica straordinaria. Ma a un certo punto ha buttato fuori se stesso nella tela.
Ecco, io il kumitè tradizionale lo vedo molto più vicino a Picasso.
Chi guarda da fuori magari lo trova noioso, lento, non riesce a sentire quello che sta avvenendo sul tatami, ma invece chi c'è dentro sta vivendo una cosa che è difficile da spiegare a chi non c'è mai stato.
A me quello manca tantissimo. Era un kumitè più marziale, meno sportivo.
La mia scelta
Io ancora oggi per mia scelta insegno quel kumitè lì, insegno quel karate lì.
Ed è proprio su questo punto che si apre la grande diatriba. È qui che dobbiamo iniziare a ragionare. E dobbiamo farlo con onestà, prima di tutto con noi stessi.
Agonismo e regole del gioco – Adeguarsi o scegliere?
Oggi dobbiamo scegliere da che parte stare. Ma senza dare più valore a una parte rispetto all'altra.
Se io voglio portare i ragazzi in gara, oggi quelle sono le regole del gioco. Punto.
È inutile stare lì a dire: "ma una volta il kumitè era diverso", "quando lo facevamo noi era un'altra cosa". L'ho sentito spesso questo atteggiamento. Forse non è quello che fai tu, Luisa. Ma è diffuso.
Il fatto è che l'agonismo oggi è quello. Che ci piaccia o no. O facciamo una rivoluzione, oppure ci adeguiamo.
È inutile trincerarsi dietro una visione del mondo che oggettivamente ormai è obsoleta.
Se vogliamo portare i ragazzi in gara, quello è lo standard. Vale per il kumitè. Vale anche per il kata. Non possiamo fare altrimenti. Anche se i kata agonistici non ci piacciono. Anche se il kumitè sportivo non ci convince. Se vogliamo che i ragazzi siano competitivi, dobbiamo lavorare su quella linea.
La domanda più importante
Prima ancora di tutto questo, però, c'è una domanda che vale la pena farsi:
Forse la domanda però che bisognerebbe farsi ancor prima è: perché vogliamo portare i ragazzi in gara? Perché è lì secondo me che si gioca davvero la partita.
Siamo davvero obbligati a fare karate sportivo? O possiamo scegliere un'altra strada?
Questa è la vera questione. Non è scontata. E merita una risposta onesta.
Le vere motivazioni dietro il karate sportivo – Ego, fama e il 90% dimenticato

Allora, torniamo alla domanda che conta davvero. Perché tanti maestri scelgono il karate agonistico invece del karate do, inteso come via di conoscenza e di crescita personale?
La sensazione è che in realtà la motivazione per cui la maggior parte dei maestri scelgono di seguire il percorso agonistico non abbia nulla a che fare con il karate ma bensì abbia a che fare con il proprio ego e con l'illusione che facendo karate agonistico la palestra si riempia.
La vedo così. Molti insegnanti scelgono questa strada per avere più visibilità. Per riempire i corsi. Per guadagnarsi gloria e fama. Come motivazione, trovo che sia opinabile.
Non è una critica allo sport
Attenzione però. Non ce l'ho con lo sport. Non ce l'ho con l'agonismo in sé.
Sono un grandissimo appassionato di Olimpiadi. Mi commuovo ogni volta che sento l'inno italiano con i ragazzi sul podio. Capisco i sacrifici. Capisco le scelte. So a cosa si rinuncia per arrivare lì e giocarsi tutto in pochi secondi.
Ho una stima enorme per gli agonisti. E uno dei momenti più belli della mia vita è stato quando, grazie a Maira – fisioterapista della nazionale italiana di volley – ho potuto tenere in mano un oro olimpico. L'oro di Parigi. Avevo il batticuore. Perché so cosa rappresenta quella medaglia.
Quindi no, non è una critica allo sport né ai suoi valori.
Il problema è un altro
Il problema, nel caso del karate come in quello del judo, è la scelta di trasformare un'arte marziale in uno sport. Perché l'arte marziale non era nata per quello.
L'arte marziale moderna aveva già cambiato molto rispetto a quella antica. Quando era ancora Jutsu o Jitsu, prima di diventare Do, era qualcosa di diverso. Trasformandosi in Do si è modificata ancora. Si è rinata. Adesso stiamo prendendo tutto quel filone culturale e lo stiamo trasformando in un evento agonistico.
Facendo così, secondo me, si impoverisce la disciplina.
Il 90% dimenticato
E c'è un altro problema, ancora più concreto.
Tra gli iscritti alle federazioni mondiali, solo il 10% pratica karate agonistico. Il resto?
C'è un novanta per cento di praticanti che praticano karate non agonistico, che praticano karate amatoriale, karate do, karate tradizionale indipendentemente dallo stile e tutti se ne dimenticano.
La maggior parte delle persone si concentra su chi va a gareggiare. Perché le gare portano sponsor. Le gare mettono sotto i riflettori. Le gare danno l'illusione di riempire la palestra. Le gare alimentano l'ego degli insegnanti.
Tutto questo può andare bene. Ma c'è un costo enorme.
C'è quel novanta per cento di persone che praticano karate con anima, compassione, senza chiedere nulla agli altri che viene completamente dimenticato e a cui non ci si dedica.
Né nostalgia né rigidità
Detto questo, non voglio cadere nell'errore opposto. Sarebbe sciocco praticare il kumitè esattamente come lo facevamo una volta. Ci si faceva male gratuitamente, senza protezioni, solo per dimostrare di essere duri.
Oggi abbiamo strumenti migliori. Le protezioni da MMA, per esempio, sono mille volte più efficaci di quelle usate nel kumitè sportivo. Perché non usarle? Perché non allenarsi con il caschetto, così si può tirare più secco senza rischiare di rompersi il naso?
Abbiamo metodologie di allenamento moderne, con una base scientifica solida. Possono darci risultati migliori. Sarebbe un peccato non sfruttarle.
Ci sono tanti "perché" aperti. E credo che l'unico modo per trovare una risposta sia ragionarci insieme, con onestà.
Una proposta per il futuro – Due filoni paralleli senza sminuirsi

Per rispondere alla tua domanda, Luisa, ti dico la mia impressione.
Ho timore che non sia tanto per rincorrere le mode che molti insegnanti modificano il loro approccio al karate, quanto più per rincorrere un po' di fama, di vanità e di gloria.
Ecco la mia risposta diretta: non è la moda il vero motore del cambiamento. È l'ego. È la voglia di visibilità.
Due strade, nessuna migliore dell’altra
Detto questo, credo che sia arrivato il momento di fare una scelta concreta.
Credo che sia arrivato il momento di scegliere di creare questi due filoni paralleli che non devono avere nessuna valenza qualitativa rispetto l'uno rispetto all'altro.
Il karate agonistico è un bel percorso. Il karate do tradizionale è un bel percorso. Nessuno dei due vale più dell'altro. Sono semplicemente diversi.
L'importante è che ognuno scelga con onestà. Senza sminuire l'altro filone. Senza snaturarlo.
Ognuno per la sua strada
Chi vuole fare agonismo può seguire quella via. Può allenarsi per competere. Può adattare la sua pratica agli standard della gara.
Chi invece ha piacere di fare karate tradizionale possa staccarsi da tutte quelle dinamiche e lavorare per se stesso, lavorare per il piacere di allenarsi e per fare semplicemente del buon karate.
Niente esami federali. Niente pressioni esterne. Solo il piacere di allenarsi e di fare buon karate.
Questa, per me, è la proposta più onesta che possiamo fare al futuro della nostra disciplina.
Saluti finali e invito alla community

Io Luisa spero di averti dato una risposta soddisfacente e di essere stato chiaro.
Se qualcosa non ti è chiaro, scrivimi pure. Sono felice di approfondire. Puoi lasciarmi un commento qui sotto. Oppure mi trovi su eugeniodoshi.com.
Grazie di cuore a Luisa per questa bella domanda.
Aspetto le vostre prossime domande per questa nuova rubrica.
Buona pratica a tutti!



