Puoi essere bravissimo in palestra e bloccarti completamente nel momento in cui conta davvero.
Non è una questione di coraggio. È una questione di come ti sei allenato.
Nel corso di Urban Budo ad Alessandria parto sempre da qui, perché è il punto che cambia tutto. E voglio spiegartelo, così capisci cosa facciamo davvero quando ci alleniamo.
Lo stress è situazione-dipendente
Significa una cosa semplice: ogni situazione porta un tipo di stress diverso, e tu sai gestirlo solo se ti sei allenato in quella situazione.
Ti faccio l'esempio che faccio sempre. Uno che sale ogni settimana sul ring o entra in gabbia, davanti allo stress del combattimento sportivo è una bestia. Non lo scalfisce niente. Ma mettilo dentro un incendio, o davanti a un'aggressione improvvisa per strada, ed è un'altra storia. Molto probabilmente andrebbe in panico. Potrebbe persino bloccarsi.
Perché in quel tipo di stress non si è mai allenato.
La gestione dello stress non è universale. Dipende dal contesto.
L’esperto che va in panico
C'è un aneddoto che racconto spesso, l'ho preso da Rory Miller, un autore che stimo molto.
Miller ha fatto lavori stressanti tutta la vita: esercito, missioni all'estero, guardia carceraria in carceri di massima sicurezza. Il suo compito era entrare nelle celle dei detenuti più pericolosi, ammanettarli, portarli fuori. Col tempo era diventato così a suo agio che — si racconta — riusciva a farlo con una mano sola mentre con l'altra beveva il caffè.
Un giorno deve sostituire un collega in guardiola. Lavoro molto più semplice: stare lì e controllare. A un certo punto suona un allarme. E lui, che conosceva la procedura a menadito, per una buona decina di secondi va in panico. Si blocca.
Perché? Perché non era più abituato a quel tipo di stress. Gli è servito un momento per capire cosa stesse succedendo — quello che tecnicamente chiamiamo loop OODA: osservare, orientarsi, decidere, agire.
Uno che lo stress lo maneggiava ogni giorno. E si è bloccato lo stesso.
Ecco, questo succede a chiunque. Anche al più esperto. Basta trovarsi fuori dal proprio ambiente.
Per questo ci alleniamo sotto stress
È esattamente il motivo per cui nel corso insisto tanto su questo punto.
Non dico che debba essere il pane di tutti i giorni, ma una o due volte al mese l'allenamento sotto stress va fatto. Sul serio.
E qui di solito arriva l'obiezione: "Ma io lo faccio già, mi alleno un sacco sotto stress." Forse. Ma vale la pena chiedersi: è il tipo di stress giusto?
Perché di forme ce ne sono due, e quasi tutti ne allenano una sola.
La prima forma: lo stress fisico
Il classico esempio lo conosci: venti burpees e poi sparring. Corsa navetta e poi lavoro coi focus. Stanco il corpo, e in quello stato ti faccio eseguire la tecnica. Fiatone, braccia che bruciano, gambe pesanti.
Si fa per due motivi. Il primo è la forza di volontà: quando il corpo non risponde, devi trovare qualcosa dentro di te. Il secondo è che l'adrenalina, in una situazione vera, ti dà proprio quelle sensazioni — cuore che batte, gambe pesanti — e allenarti in quello stato ti aiuta a conviverci.
Tutto giusto. Ma è metà del lavoro.
La seconda forma: lo stress psicologico ed emotivo
Questa è la parte che quasi nessuno allena. Ed è importante quanto l'altra.
Sento già l'obiezione: "Ma sono cose finte, non funziona." Mi spiace, non è così. Se le cose sono fatte bene, la mente non distingue fra realtà e finzione.
Pensa a quando giochi a un videogioco horror al buio, con le cuffie che ti isolano dal mondo. Sai che è finto, hai il pad in mano. Ma il cuore batte forte lo stesso e l'adrenalina è vera. Lo stesso vale per gli atleti che usano la visualizzazione: gli studi mostrano che il cervello si attiva allo stesso modo quando esegui un gesto e quando lo immagini in modo preciso.
Il cervello è una macchina straordinaria, ma si lascia ingannare con una facilità enorme. E noi questa cosa la usiamo a nostro favore.
Cosa facciamo, in concreto, nel corso
Ti do un assaggio di come lavoriamo, per gradi:
— Esercizi a occhi chiusi. Sembra una banalità. Eppure toglierti la vista innesca un disagio emotivo reale. Lo confermo: lo provo anch'io quando lo faccio.
— Lavoro sulla parte verbale. Chi fa l'aggressore alza i toni, diventa verbalmente aggressivo, non collabora. Questo crea un fastidio psicologico autentico, senza bisogno di nessun contatto.
— Simulazioni con protezioni. Un aggressore "vestito da omino Michelin" che mette insieme voce, postura e contatto. Si può alzare il livello con più aggressori, senza sapere chi e da dove attaccherà.
— Ambiente e musica. Penombra, buio, musica ansiogena. Le variabili sono tante e cambiano completamente lo scenario.
— Il gioco di ruolo. È la cornice che tiene insieme tutto: chi attacca interpreta un personaggio, chi si difende sa che non è il compagno ad avercela con lui. Questo alleggerisce entrambi, ma le emozioni che si attivano sono vere. Se hai mai giocato a D&D o a qualsiasi gioco di ruolo, sai quanto ci si immerge — e lì non c'è nemmeno il corpo.
Una cosa la dico chiara: questi strumenti sono potenti e vanno dosati con intelligenza. Usati male non aiutano, rischiano di creare traumi. Per questo si procede per gradi, prima lo stress fisico, poi quello emotivo, e solo alla fine si uniscono. Non è roba da improvvisare in cameretta: è il motivo per cui ha senso allenarla in un corso, con qualcuno che sa dove fermarsi.
Vuoi provare?
Se ti sei riconosciuto in quel "sono bravo in palestra ma non so cosa farei davvero", il corso di Urban Budo è pensato proprio per te. Non per diventare un picchiatore, ma per imparare a reggere lo stress di una situazione reale e a non farti cogliere di sorpresa.
Ci alleniamo ad Alessandria. La prima prova è gratuita: vieni a vedere come lavoriamo, di persona.
Trovi tutte le informazioni qui: https://dojoshinsui.com/difesapersonalealessandria/
Buona pratica,
Eugenio


